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Sulle rive del Sele … Quaglietta PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Giovedì 19 Marzo 2009 18:17

Sulle rive del Sele … Quaglietta

Percorrendo la SS 91”Fondo Valle Sele” in direzione nord, non possiamo non restare ammirati da quella che è la lussureggiante valle che ci scorre intorno. Tranquillo ridiscende le fratte il “Fiume” così è chiamato dagli abitanti il Sele. In cerchio, come adulti che ammirano un bimbo in fasce nella culla, i monti che in lontananza appaiono azzurri e, con l’avvicinarsi mostrano la loro lussureggiante e splendida chioma verde. Sono i Picentini da un lato e monti Lucani dalla’altro, mentre alle spalle, austeri e dorati dai timidi raggi di un sole pallido, svettano gli Alburni. La strada costruita all’indomani del sisma del 1980, sovrasta la conca, scivola verso il varco Appennino, tuffandosi nella vegetazione fitta ove la valle si stringe. Ma a metà percorso è d’obbligo fermarsi su una piazzola poiché una perla di paese appare nel suo splendore antico, aggrappato all’imponente masso di dolomia carsica e ai piedi del bastione che reca le profonde ferite di tremori intestini della terra, di questa terra dolce e amara, Quaglietta testimonia della sua antica storia e conserva tra le sue case l’arcano che può svelarsi solo al tatto.

 

 

Io, che sono figlio di queste terre, e dall’altura dei monti ho sempre osservato da lontano questo misterioso e incantevole borgo, voglio ora toccarlo prima di andare a casa, voglio sentirne il profumo del muschio nelle viuzze dei rioni, voglio immergere la mia curiosità in questo lieve cocktail di fragranze portate dal vento e dal fiume dopo aver lasciato lontano da qui i miasmi della modernità, la frenesia della quotidianità. È il luogo ideale dove posso sciogliere le redini della mia fantasia e lasciarla galoppare su queste predelle, lungo e attraverso i muri spessi di calce e pietrisco, di mattoni e blocchi calcarei. Costruita della stessa pietra degli altri borghi, questa Universitas servì a difendere la cristianità dai barbari predoni dei deserti dell’oriente vicino, ma ebbe modo anche di incontrarsi con quella gente. Fu il bastione della difesa di Conza insieme con Senerchia e Colliano, come le antiche carte che ci hanno tramandato, fu eretta per necessità di difesa dei popoli della Valle del Sele e di quella dell’Ofanto. Basta solo guardare il blocco calcareo imponente, quasi una colonna posto dalla natura per impedire di risalire la corrente del Sele. La storia poi ci dice di signori, di guerrieri, di nobili, ma io voglio pensare alla povera gente, la mia, che si spezzò la schiena per erigere il fortilizio, per comporre lo straordinario mosaico fatto di casette, incastonate l’un l’altra intorno allo stesso pomo, un superbo melograno di pietra e sacrifici. Negli occhi dei suoi figli, raccolti sulle panche a godersi un po’ di sole, colgo tutta l’ammirazione per quel capolavoro che mani ignude e cervelli scevri da nozioni di tecniche costruttive seppero, come per miracolo, compiere l’opera costruttiva di un simile presepe.

 

 

 

Qui gli uomini devono vivere, nelle case di pietra poste a riparo dai venti, nella sana lentezza dello scorrere della vita, per assaporare i frutti che la natura può concedere solo a chi sa cogliere il poco, che è molto; non chi abbandonato questa terra per andare a cogliere altrove il molto che sa quasi di nulla. Qui si respira, come in tutti i borghi, l’antica saggezza di un popolo piccolo di cui la storia non ha mai voluto occuparsi e io non voglio scomodare la storia, altri prima di me e, certamente, meglio di me, hanno saputo portare alla luce eventi e personaggi che hanno contribuito, nel bene e nel male, alla crescita di questa comunità. Vorrei, pur tuttavia, celebrare il presente di questo scrigno tramandatoci dalla storia. Passeggiando nella parte più antica del borgo, colgo con emozione, un messaggio, che è un invito, un’ accoglienza calorosa che proviene dall’interno delle casette abbarbicate sul costone di roccia sul quale troneggia millenario il mastio. Queste antiche dimore, minuscole e accovacciate l’una accanto all’altra ti dicono di entrare, di accomodarti, di far parte di una comunità antica, ospitale, seppur modesta e talvolta anche povera, ma sempre dignitosa. Questo ed altro coglie chi si inoltra lungo le viuzze strette che si inerpicano sulla rupe, le pietre antiche parlano attraverso la secolare sedimentazione, parlano di uomini e di popoli che si sono alternati, qui tutti sono passati ed hanno lasciato traccia di sé: etruschi, sanniti, longobardi, normanni, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli, austriaci, francesi, Borbone, Savoia … Riprendendo la strada a scorrimento veloce Fondo Valle Sele in direzione di Lioni rivedo il borgo nel suo lato esposto a levante, mi colpisce ancor di più e mi affascina nel vedere le casine come pulcini sotto l’ala protettiva della chioccia, sotto lo sguardo ancora imponente di ciò che resta dell’antico maniero. La sua antica potenza è tutta intrisa nella sua imperiosa mole che testimonia le gesta di un guerriero accasciato al suolo dopo aver strenuamente difeso fino alla vittoria il suo popolo e che ora la sua agonia, dovuta all’incuria e ai tremori della terra, gli conferisce l’aura di grande eroe. Poco distante, e attaccato senza soluzione di continuità, vi è la parte costruita in età moderna, riattata e ricostruita dopo il sisma, sorge sul pianoro di San Nicola, l’antico protettore di Quaglietta. Oggi questo paesino appare uno come tanti, ma io vi scorgo qualcosa di più, che lo distingue tra gli altri. Se Calabritto è la perla dell’Irpinia, Senerchia una balconata sul Sele e sul Tanagro, Quaglietta è senza alcun dubbio il salotto della Valle del Sele.

 

Mino De Vita

Ultimo aggiornamento Giovedì 19 Marzo 2009 18:40
 

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