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Pro Loco "Aquae Electae"

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Home Un pò di storia
Lo sviluppo del centro abitato e il borgo medioevale PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Domenica 28 Dicembre 2008 18:23

Il centro abitato rimase a lungo lontano della futura piazza San Nicola.Solo dopo il 1700 comparvero le prime abitazioni sul pianoro del così detto "Piano di San Nicola". Nel 1660 si giunse, (sempre partendo dal castello) fino al luogo in cui sorse prima la chiesetta votiva di San Rocco e poi la torretta dell'orologio comunale. Qui si arrestò l'espansione della cerchia abitata, anzi la suddetta chiesetta nacque isolata e solo successivamente venne circondata da casette private; poi vennero fatti i primi timidi passi verso l'esterno fino a coprire, come vedremo, quei terreni che circondavano il “Piano di San Nicola”. Questo però non avvenne prima del 1700, perché in questo periodo, come vedremo nel capitolo seguente, il pianoro era ancora in piena campagna, piano che dava grandi possibilità di sviluppo e di sfruttamento. E' ovvio che qui non si parla di sfruttamento agricolo, bensì di quello di un opportuno sfruttamento logistico, dovuto al fatto che quel pianoro, essendo elevato rispetto al resto del paese, ed aperto su tutti i suoi lati, poteva offrire la base ad una realizzazione di opere necessarie per la popolazione, opere cioè di pubblica utilità. Fu proprio per questo che vi furono costruiti dei forni baronali, che nel passato erano nei pressi del castello. La baronessa Vittoria de Rossi scrisse che aveva il diritto di proibire ad altri la facoltà di possedere "forni per cuocere il pane per uso dei cittadini, tenendo un forno pubblico (sic), dove tutti i cittadini, suddetti sono tenuti di cuocere il pane". I baroni capirono che quel luogo pianeggiante era destinato ad un futuro di grande sviluppo edilizio e, credendo che il feudalesimo non avrebbe avuto mai termine, vollero farvi un centro di sfruttamento dei loro "corpi feudali". Fu forse la presenza di quei forni che dettò e suggerì lo spunto alla gente di edificare nei pressi le loro nuove case. Quei forni dunque furono come lo stimolo perché la gente si interessasse a quel piano; i forni furono il nucleo intorno al quale andò in seguito sviluppandosi la costruzione delle ultime abitazioni.

 

Castello di Quaglietta Bisogna però pensare che la gente cercò di tenere sgombro lo spiazzo limitandosi a costruire in giro intorno al piano, non perché avessero di mira la realizzazione della futura piazza, ma perché quello spiazzo era di proprietà del barone e per questo non potevano in alcun modo occuparlo per i loro interessi. Venne invece utilizzato dal barone che, come ho detto, vi fece costruire uno stabilimento formato da un pianterreno e da in primo piano. In questo stabile il barone fece costruire tre forni. Vi fece poi porre tutte le attrezzature necessarie al fornaio baronale, affinché la gente del luogo potesse cuocervi il pane, pagando il fornatico al barone. La baronessa donna Vittoria de Rossi scrive che possiede il diritto di proibire ad altri (jus prohibendi) la facoltà di possedere "dei forni per cuocere il pane per uso dei cittadini, tenendo un forno publico (sic), dove tutti li cittadini suddetti sono tenuti di cuocere il pane…"

 

Al barone interessava dunque costruirsi un mezzo di lucro derivante dall’uso pubblico del suo forno feudale. "Per il quale uso di forno – leggiamo nell’atto di vendita del forno del 1768 – vi sta ed esiste una casa terrana e soprana con tre forne (sic) dentro, con un orticello adiacente alla parte di sotto e posto… nel luogo detto 'Da sotto la piazza publica (sic)' ". Da quest'ultima espressione possiamo capire che, nella prima metà del settecento, quello spiazzo, pur risultando un terreno ancora fuori dalla cerchia del centro abitato, ancora limitato, prendeva già il nome di "piazza pubblica", ossia aperta la pubblico che vi andava a cuocere il pane. Il barone, come abbiamo visto, vi aveva fatto costruire un nuovo triplice forno, accanto ad una capannetta usata per i vecchi forni baronali. La costruzione di quei forni e la riattazione di quello vecchio, fu come uno stimolo per la gente del luogo, che decise di uscire dal guscio dei vecchi rioni accostati al castello, lanciandosi alla conquista di quel piano e alla realizzazione su di esso di un nuovo rione in un’epoca in cui, passato il pericolo delle invasioni, il popolo di Quaglietta si sentiva più sicuro e meno esposto ai pericoli esterni, ben disposto ad uscire fuori dall’antica cerchia.

La civiltà avanza, l'arte edilizia progredisce, i tempi cambiano, le condizioni economiche migliorano e le nuove abitazioni di Quaglietta risentono di tutti questi fattori. Le nuove abitazioni pertanto si presentano realizzate con criteri architettonici più moderni: talune riproducono il gusto di un'era di benessere ostentato. Squadrate, lineari, sono per lo più monofamiliari o bifamiliari, erette su area pianeggiante, allineate lungo la strada nazionale o lungo quella che mena a Senerchia. Negli ultimi anni l'arrivo di qualche costruttore edile ha introdotto l'uso dell'abitazione condominiale, sconosciuta per il passato non solo a Quaglietta, ma anche negli altri comuni della zona. Qui però la storia finisce e diventa cronaca di ogni giorno. Il castello fu il punto di riferimento di tutti: intorno ad esso, o addirittura entro le cinta delle sue mura, venne a poco a poco a collocarsi la popolazione dei campi, che non era mai stata sicura nelle sue piccole e fragili capanne, dove viveva sempre atterrita dalle incursioni incombenti. Così a poco a poco quei contadini, per essere più protetti, costruirono le proprie case, in pietra e calcina, lungo il pendio roccioso che si estende all'esterno del castello e nelle immediate vicinanze di esso, dove tuttora si vedono quei veneranti ruderi. Per lungo tempo, durante i secoli bui del medio evo, in epoche difficili, spesso tormentate da fame, pestilenze e guerre incessanti, l'abitato rimase limitato a quelle sole case, nelle quali la gente si sentiva sicura all'ombra delle mura e delle torri del castello. Attaccare quella salda fortezza era estremamente difficile e arduo. I Saraceni trovarono una vera diga alla loro dilagante fiumana, un solido sbarramento alla loro avanzata soprattutto quando la diga difensiva dell'Alta Valle del Sele venne chiusa completamente da Folco di Senerchia, barone di Senerchia, di Colliano e amministratore del feudo di Quaglietta. Le tre fortezze di Senerchia, di Quaglietta e di Colliano, sotto la guida di questo barone, costituirono veramente una insormontabile barriera. Il periodo della paura e del terrore durò a lungo, per cui quel gruppo di abitazioni rimase l'unico nucleo abitato dalla gente: quel rione invecchiò prima che si realizzassero le nuove abitazioni: è questo il motivo del distacco architettonico che si nota tra il vecchio e i nuovi rioni di Quaglietta. Con la fine delle incursioni saracene, l'abitato andò gradatamente estendendosi e allargandosi fino a raggiungere a levante la parte della roccia che scende a picco, detta "Ripa", su cui venne eretta, a breve distanza dal castello, la chiesa dedicata a Santa Maria della Ripa, di proprietà del signore del castello, che solo più tardi diverrà chiesa parrocchiale sotto il titolo di "Chiesa Parrocchiale di San Nicola, Santa Maria della Ripa e dell'Assunta".

Via Casale Le prime casette, basse, umili e semplici con uno o due vani, sorsero nel tratto che si estende presso il castello e la chiesa di Santa Maria della Ripa. Esse erano il modesto prodotto di un'architettura rustica improvvisata, essenziale, il più delle volte dozzinale, perché spontanea, cioè non elaborata da un progettista: tutto avveniva per giustapposizione degli elementi edilizi. Oggi appaiono come il risultato delle capacità di ciascun costruttore. Si suppone che ogni padre di famiglia costruisse la propria casetta tenendo conto non solo delle esigenze della propria famiglia, ma anche delle proprie possibilità economiche nonché della conformazione del luogo e dello spazio che essa consentiva, che il più delle volte condizionava tutto il lavoro edilizio. Così non è raro vedere le vecchie costruzioni seguire non un disegno architettonico predisposto dalle maestranze, ma adattarsi alle sporgenze e alle rientranze dei bordi del viottolo lungo il quale esse venivano allineate, o, meglio, collocate alla rinfusa. Naturalmente non vi furono né fogne né marciapiedi; poche le finestre e di piccola apertura; i balconi, ove compaiono, vi furono realizzati assai tardi. Addossate le une alle altre, si svilupparono lungo l'erta che va fino al castello; le casette arcaiche, così caratteristiche nel loro aspetto esteriore, esprimono la capacità costruttiva dei loro padroni, sono anzi la misura di un'esigenza e di una mentalità che rispondeva ad uno stato di cose che aveva un solo scopo, quello cioè di proteggere chi vi abitava. La struttura arcaica, la rusticità delle mura esterne, il focolare all'interno addossato ad una delle pareti, con porte ad un solo battente, quest'ultimo, di embrici, con le gronde prive di grondaie: tutto rivela un mondo lontano raccolto e collocato presso i due punti più significativi, tra due simboli emergenti, il castello e la chiesa, che nella loro unione rappresentano le uniche forze protettive e sicure contro le orde dei razziatori saraceni, il castello con le sue mura, con le sue torri, con i suoi armati, e la chiesa con la forza della fede, con la protezione di Dio: forza umana e forza divina unite insieme per proteggere la popolazione affidata alla loro cura.

Questo primo nucleo, questi piccolo centro abitato non si estese e non si allargò molto, anzi rimase limitato a quel tratto di pendio che raccolse il primo nucleo della popolazione. Sarebbe stato rischioso abbandonare quella zona fortificata. Il pericolo di vedersi assaliti improvvisamente da orde saracene dissuase tutti dal fare un qualsiasi tentativo di costruire nelle campagne una propria casetta, una masseria o una capanna. "Il borgo antico – si legge nel fascicolo del bando di concorso per il recupero del centro storico – presenta uno schema urbanistico lineare, con stradine ortogonali all’andamento di penetrazione, ma, a differenza degli impianti lineari veri e proprio che sorgono lungo una strada e nella trama omogenea non hanno emergenze architettoniche, qui l’elemento generatore di tutti è il castello e, se entrambi i versanti della rupe fossero stati accessibili, probabilmente si sarebbe avuta una planimetria focalizzata a sviluppo avvolgente. La rupe è roccia viva; le colline a pendenza attenuata sono coperte da terreni erbosi riccamente erborati. L'insediamento rivela, attraverso lo stretto rapporto con gli elementi naturali, la sua origine arcaica". Quello storico rione rappresenta il cuore antico del paese: il centro di tutti gli affetti dei suoi abitanti, il punto di partenza della storia di Quaglietta. Lì sono le radici della gente del luogo, lì si sente il palpito del passato che vivifica e riscalda il cuore dei cittadini, che si sentono sempre legati alle loro origini mai rinnegate, anzi sempre tenute vive.

Il terremoto del 23 novembre 1980 purtroppo ha danneggiato il delizioso rione, lacerando quel vecchio cuore, che, nonostante tutto, continua a battere perché racchiude lo spirito del passato: tra quelle mura è racchiusa la storia ora triste ora lieta della gente di Quaglietta è lì che si consolidò quello spirito di sacrificio così forte nei Quagliettani che li ha corroborati lungo il cammino della storia. Il cuore di Quaglietta antica è in quelle vie, è tra quelle mura ora lesionate, tra quei caratteristici violetti antichi, dove ancora palpita la vita della gente. Lì si potrà rivivere il passato, lì lo spirito agitato di oggi potrà trovare quella quiete e quella pace che ha perduto nei grandi centri. Io trovo in quel rione qualche cosa di romanticamente caro al mio cuore; vi ho sempre trovato un senso di semplicità deliziosa, una pulitezza umana, una realtà fatta a misura d'uomo; vi ho scorto con molta emozione un legame col mio paese natio, che nella sua parte antica richiama l'aspetto rustico del vecchio rione di Quaglietta, l'immagine di un passato dolorosamente vissuto dalle due comunità: i rioni dei due paesi appaiono oggi gravemente danneggiati, anzi lacerati, dal terremoto che ha completato l'opera distruttiva del tempo. Io mi auguro di tutto cuore che gli amministratori con grande senso di responsabilità, guidati dall'amore per la propria terra e per le sue vicende storiche, abbiano a cuore la rinascita di quel rione; abbiano come impegno principale quello di recuperare accuratamente il passato e salvarlo, restaurando e conservando tutto ciò che è sfuggito alla furia devastatrice del terremoto del 23 novembre 1980; facciano rifiorire e rivivere il frutto di tanti anni di lavoro e di sudore; conservino quella testimonianza storica, che fu l'eccezionale espressione della creatività dei padri, dalla quale balza vigorosa la vita del passato, che attraverso i secoli rappresenta il legame sentimentale forte e nello stesso tempo tenero che tenne uniti gli abitanti di quei vicoli antichi, legame che è oggi motivo di orgoglio per i figli e per i posteri, è richiamo per quanti, nati a Quaglietta, vivono in terre straniere e sentono vivo il desiderio della terra d’origine. La gente di Quaglietta del passato, come d'altronde avveniva anche per le popolazioni degli altri paesi e villaggi, esposti alle incursioni, aveva paura di allontanarsi dal castello. Ciò determinò, come ho già rilevato precedentemente, quel netto distacco architettonico che si nota tra le case di questo primo nucleo (che è il vero centro storico) e le altre abitazioni sorte successivamente dal 1600 in poi.

Ultimo aggiornamento Domenica 28 Dicembre 2008 18:42
 

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